Gentilissima Dottoressa,

come poter essere vicina ad una bambina di quasi 4 anni che, in famiglia, vive in un clima teso e poco felice, con due genitori che, incapaci di parlare direttamente tra loro dei loro problemi, la usano (con rimproveri gratuiti, svalutazione, ecc.) per sfogare i loro sentimenti di insoddisfazione?

Una o più presenze esterne positive possono non dico compensare ma ammortizzare almeno i danni? Grazie.

R.

Car R. la ringrazio per la sua lettera mi offre la possibilità di parlare di un tema complesso. Per rispondere in modo diretto alla sua domanda si certo una o più presenze di cornice alle figure genitoriali possono compensare momenti difficili della famiglia. Naturalmente è importante il modo e lo spirito con cui si pongono come compensatori del “malfatto” genitoriale. Ad esempio lei da quale posizione parla? È una zia? Un’amica? Una vicina di casa? Con che spirito e da quale ruolo osserva questo quadro familiare?  Lei è un genitore? Ha dei figli a sua volta? Le chiedo queste cose perché le sue esperienze condizionano fortemente il suo osservatorio e i suoi giudizi, e il modo in cui “giudica” questi genitori ed il loro operato verso la figlioletta di 4 anni a sua volta condizionerà l’”opera” di compensazione che si propone di apprestare. Insomma, se io giudico inadeguati i genitori di un minore a me caro, nell’essere di aiuto a questo minore, io gli passerò il mio dissenso verso i suoi genitori, cosa che non giova affatto a nessuno. Io credo in generale che per essere di aiuto ai bambini bisogna aiutare i genitori e migliorare il loro funzionamento di coppia. Lo ha osservato lei stessa che i suoi amici, insoddisfatti del loro ménage matrimoniale, riversano frustrazione e rabbia nel rapporto con la propria figlia. Quello del genitore è il mestiere più difficile del mondo, oggi più che mai. La cultura sociale e familiare è cambiata radicalmente, oggi i genitori sono molto più disorientati sulla direzione educativa da dare ai propri figli, vacillano, sono più assenti, quando sono presenti si sentono in colpa, cercano di compensare con “le cose materiali”. I genitori di oggi arrivano più tardi alla genitorialità e non solo per motivi concreti come il lavoro o l’autonomia economica ma anche perché maturano più lentamente e, quindi, non riescono fino in fondo a realizzare il primo principio della genitorialità e cioè che non sei più tu al centro della tua vita, non sei più solo, dal tuo equilibrio dipende la vita di un altro e sarà per sempre così. Fare questo non significa rinunciare a sé stessi ma imparare che più si è se stessi e più si sviluppa complessità e si avanza nel ciclo di vita con famiglia, figli, casa e responsabilità. Condividere la propria vita con qualcun altro nella gioia e nel dolore non è solo una formula è un impegno complesso, amare qualcuno che abbiamo procreato è una esperienza meravigliosa quanto difficile e destabilizzante.  Per riuscire a gestire questa complessità è necessario coltivare in noi stessi sentimenti nobili come l’amore, il coraggio, la generosità, l’umiltà, la capacità di mettere da parte l’orgoglio, la serietà, la costanza, la capacità di imparare dai nostri errori, la forza di superare momenti difficili. Se riusciamo a fare questo non siamo solo genitori migliori ma persone migliori e saremo stati in grado di costruire, un mattone dopo l’altro, il senso della nostra esistenza invece di provare a costruire, poi smantellare perché non è come volevamo, poi costruire da un’altra parte e poi ancora e ancora per trovarci alla fine della nostra vita con nulla di veramente compiuto. Per tornare a lei cara R. cerchi di essere un umile e confortante riparo per questa bimba ma dentro di sé non smetta di fare il tifo per quei genitori.

Dott.ssa Giovanna Celia
Psicologia – Blog di Repubblica