Nelle ultime settimane televisioni e giornali hanno avuto come notizia prevalente quella dell’omicidio di Sarah Scazzi. Questa povera ragazza, di soli quindici anni, sembra sia stata uccisa e forse violentata dopo la morte dallo zio, Michele Misseri, reo confesso. Come se non bastasse da qualche giorno alla già torbida vicenda si sono aggiunti altri dubbi circa la collaborazione all’omicidio della cugina di Sarah e di sua madre rispettivamente figlia e moglie dell’assassino. Quasi all’unanimità Michele Misseri è stato soprannominato “Il mostro”, “La belva”, “La bestia”. Spesso e volentieri nei casi di violenza sessuale sui minori il colpevole viene indicato con questi appellativi.

Quello del maniaco anziano e psicopatico come protagonista della violenza sessuale a danno di minori è la credenza più diffusa e continua ad essere presente nell’immaginario collettivo malgrado sia stata smentita da numerose ricerche e dai dati. In realtà si tratta di uno stereotipo, privo di riscontro nella realtà. Il condannato per reati a sfondo sessuale è, per tutti, un “mostro” che non merita alcun tentativo di recupero, poiché l’efferatezza del crimine di cui si è macchiato lo situa al di là dei limiti del comprensibile e, quindi, del recuperabile.

Chi si macchia di questi terribili reati incarna l’aberrazione umana da cui ognuno sente il bisogno di prendere le distanze. Da questo tipo di persone e da questi reati, ci allontaniamo il più possibile sul piano emotivo trascurando il fatto che il più delle volte queste persone conducono, fino a prima di compiere il reato, una vita “normale” come molti di noi. Il problema è che nell’operare un distanziamento così forte l’opinione pubblica perde l’opportunità di trarre esperienza, di imparare da vicende che invece sono molto vicine ad ognuno di noi. In questo modo, neutralizziamo l’esperienza seppur dolorosa, ancorandola ad un’idea di mostruoso e di marginale piuttosto che di reale e possibile. Il dramma perde ogni connotazione fisica, diventa irre- ale, fino ad assumere le forme di “Un caso spettacolo”.

Tanto che, rasentando il macabro, si sono susseguite le visite ai luoghi dell’orrore, le gite domenicali in cui i genitori hanno portano i bambini a vedere il pozzo dove è stato gettato il cadavere della povera ragazza. Tutto è diventato “scenico”, “televisivo” , sottraendo sentimenti e riflessioni al dramma della vicenda. Di qui la scorciatoia cognitiva e emozionale, che ci porta facilmente a pensare che i mostri siano altrove e che non prendano forma e consistenza, né dentro di noi, né accanto a noi. Purtroppo però la realtà e gli studi ci indicano che questa non è certo la strada maestra. Al contrario, è necessario che casi come questi siano l’opportunità per guardare dritta in faccia la miseria umana. La povera Sarah poteva essere nostra figlia, nostra sorella, nostra nipote, così come Michele Misseri poteva essere nostro padre, nostro fratello, nostro zio, il nostro vicino di casa. Non possiamo rifiutare e negare le ombre, insite nella natura dell’uomo, inquadrando soltanto la parte nostra più luminosa di cui andar fieri, non possiamo non fare i conti con il marcio che può crescere in noi lentamente e in modo sommerso, considerando soltanto il bene ed il sano che alberga nella nostra mente e nel corpo. Di fronte a questa operazione difensiva, inutile e rischiosa l’apprendere dall’esperienza svanisce e si perde nel vuoto, fino alla prossima tragedia in cui pur di fuggire di fronte al dramma della natura umana saremo chiamati “da spettatori” a mettere in atto l’ennesima “falsificazione”.

Al tempo stesso accadrà che proprio gli autori di reati sessuali tenderanno a promuovere una profonda scissione nell’esperienza di sé stessi come protagonisti dell’agire e a rifiutare l’idea di aver compiuto atti del genere, negandoli anche dopo le confessioni, come nel caso di Misseri, che ha successivamente ritrattato la violenza.

Le conseguenze di una reazione sociale e personale di questo tipo, sono devastanti, tanto per i protagonisti, quanto per la collettività. La psicologia in particolare giuridica crede fortemente nella disfunzionalità di una criminalizzazione sociale della violenza sessuale, con il conseguente effetto dirompente di potenziare le difese, rinunciando a mettersi in “contatto” con il fenomeno in termini costruttivi. Credere di essere di fronte ad un “mostro”, ci rassicura ed offre la sensazione di essere dalla parte dei “buoni”, svolgendo una funzione protettiva del sé. Ma centrare l’attenzione sulla “mostruosità” dell’ “Altro” violento e demoniaco, interferisce con la possibilità di ipotizzare forme di intervento sociale e culturale che abbiano una funzione preventiva della violenza e che riducano il pericolo della recidiva.

L’invito che ciascuno può fare a se stesso è guardare alla natura umana nella sua totalità senza enfatizzare unicamente la luce che può facilmente essere scoperta in noi e nelle persone significative, a discapito di una visione più onesta e funzionale, che seppur dolorosa, sa riconoscere anche il buio e le ombre che possono albergare in noi.

Giovanna Celia


Celia G., “Omicidio Scazzi… non chiamiamolo mostro” editoriale rivista “Psicologia Clinica Psicoterapia oggi” periodico trimestrale tecnico-scientifico, on line iscritto al n. 99-2007 registro della stampa Tribunale di Roma, Edizioni Mago, Roma, anno II, N. 3 [ DOWNLOAD ]